lunedì 26 marzo 2012
Domenica mattina sull'isola di Vitòria
La torta ragno
sabato 10 marzo 2012
Le dune di Joaquina
Florianòpolis
L’isola di Santa Catarina è il paradiso privato di Florianòpolis, la città che due anni fa, nelle primissime settimane di Brasile, mi era stato sufficiente vedere in una foto soltanto per decidere che un giorno avrei voluto essere proprio qui. Dal centro della città due ponti la collegano alla terraferma, “il continente”, così lo chiamano, esattamente come i siciliani chiamano la terra appena al di là dello stretto.La sensazione mentre mi aggiro per le stradine di Floripa (che è il nome affettuoso per Florianòpolis) è di essere in una cittadina caraibica, per lo meno così la fa sembrare ai miei occhi la sua architettura coloniale che mi ricorda gli edifici che vedevo in Venezuela, ma mi sembra anche talvolta di essere in una città mediterranea del sud. Il mercato coloniale sembra il luogo più animato della città: i bar, i ristorantini, i negozietti riuniti nella “camelaria” (sembra che i brasiliani amino definire con nomi o immagini arabi tutto quanto riguarda il commercio, altrimenti anche il quartiere mercatale di Rio non si chiamerebbe Saara), i banchi di carne e formaggi e soprattutto del pesce, artigianato per turisti; scommetto che un tempo si affacciava sul mare, pronto a ricevere le merci direttamente dalle navi, adesso ha davanti a sé una spianata di strade e svincoli per gli enormi terminal stradali e l’accesso al ponte per il continente.
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| Praça XV |
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| Cattedrale in Praça XV |
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| Finalmente un leader - Finalmente un muro! |
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| In viaggio verso Florianòpolis |
venerdì 9 marzo 2012
La Germania tropicale

Cognomi che posso leggere sulle lapidi: Hering, Altenburg, Shrader, Honecke, Krauss. I nomi sono anch’essi tedeschi, ma già compaiono alcuni nomi latini: Alberto, Cristiano. Il cimitero della chiesa luterana di Blumenau, un bell’edificio bianco in stile gotico tra palme e manghi, spiega scolpita sulle pietre la storia di questa cittadina. Come a Petròpolis, come a Nova Friburgo, qui sono completamente spiazzato nel vedere case a graticcio, tetti a doppio spiovente, mattoni e legno da costruzione e decorativo, insegne con boccaloni di birra, ma sono anche spiazzato nel vedere tanti bellissimi occhi azzurri e altrettanti lunghi capelli biondi per le strade di Blumenau. Questa cittadina nell’accogliente interno di Santa Catarina è la massima espressione della “Germania tropicale”, quel grande lascito di architettura, cultura e popolazione dei coloni tedeschi protagonisti di quella parte di storia del Brasile di metà XIX secolo con la colonizzazione, insieme agli italiani, dei territori meridionali dell’allora impero del Brasile. Qui si celebra la seconda oktoberfest al mondo, così come a luglio la Festitàlia.
A cena davanti allo splendido Castelinho Moellmann il signore al tavolo vicino si rivolge al cameriere in tedesco… Ha appena invitato a tavola un signore a cui deve essere andata male la giornata, non ha trovato lavoro e per oggi è rimasto bloccato qui a Blumenau, per cui gli offre la cena. Io origlio i loro discorsi e presto sento parlare delle famiglie “mia mamma è italiana, mio papà tedesco”: ecco spiegata la storia del Brasile meridionale. “Ho imparato un po’ di tedesco in famiglia, l’italiano invece l’ho imparato in giro”; e in effetti già nel viaggio di arrivo fino a qui avevo notato un accento decisamente diverso rispetto a quello a cui mi sono abituato in due anni di Rio de Janeiro: qui si parla con una cadenza più piana, sembra di sentire degli italiani che parlano portoghese, e da quanto intendo al tavolo probabilmente è vero, soprattutto tra gli anziani, che avranno imparato prima italiano e tedesco che non il portoghese. Magari questo particolare accento mi aiuterà a sentirmi meno estraneo?
I due compagni di tavola improvvisati adesso iniziano a recitare le loro parole in italiano, ma non mi va di interromperli presentandomi come italiano, voglio gustarmi questo loro dialogo senza contaminare i loro pensieri. Adesso parlano di dialetti, uno sostiene che l’italiano vero è sorto negli anni ’70, con la televisione, perché prima gli italiani parlavano “50 dialetti e tra loro non è che si capissero molto”, è fantastico sentire questo brasiliano parlare dell’Italia dal suo punto di vista di discendente di coloni.giovedì 1 marzo 2012
Se San Paolo avesse il mare




Stasera si è messo a diluviare, la spiaggia e la passeggiata si sono svuotate, resto a guardare i fulmini colpire chissà quale grattacielo lontano.
venerdì 30 dicembre 2011
Lost in Rio de Janeiro

La sterminata Zona Norte di Rio de Janeiro, una lenzuolata infinita di aree e quartieri di basso valore e favelas senza soluzione di continuità. Il tutto si perde nella luce smorta di una giornata di cielo coperto e basso a tagliare le cime dell’Alto de Boavista. E’ la giornata in cui finalmente torno a visitare qualcosa di nuovo, e scelgo


Il viaggio da e per è un viaggio nella Zona Norte tutta. Attraverso tra andata e ritorno quartieri e favelas con nomi forse poco rassicuranti per chi ne conosce poco: Bonsucesso, Penha, Complexo do Alemao (le sterminate favelas teatro degli sgomberi dei trafficanti del novembre 2010) e il suo teleferico, poi Pilares, Meier, Engenho Novo, Jacaré, Vila Isabel, Tijuca, Maracanà. Una sequela senza soluzione di continuità di enormi avenide trafficate, piccole stradine di quartiere, strade maestre di favelas, tunnel, piazze animate, supermercati, aree industriali, vecchi edifici storici deturpati. Il tour della zona Norte al ritorno dalla chiesa prende 3 ore, complice anche un malinteso per un pullman che non ferma al capolinea ma anzi segue una linea circolare. E' anche sbagliando pullman che si scopre una città.

















