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martedì 26 agosto 2014

Mattoni rossi grassi nelle terre d'acqua


Morimondo, i mattoni
grassi rossi
I bei mattoni grassi rossi smagriti con la sabbia di fiume sono, insieme ai ciottoli di fiume ove presenti, la pietra della pianura, ogni costruzione ne è fatta, inclusa l’abbazia di Morimondo, in bilico su un grande terrazzo fluviale da cui si domina la piana del Ticino. Dalla terrazza del ristorante proprio davanti all’abbazia vedo un vorticare di ciclisti e turisti: è una domenica di giugno già calda, centinaia di milanesi gitanti pedalano sulle ciclabili lungo i navigli e i canali, conversano, ciarlano, li sento discutere di affari o di gossip, davanti al classico risotto alla milanese o a un ossobuco insieme ad un boccale di buona Menabrea biellese.

Vie d'acqua a Morimondo
E’ arrivando abbastanza casualmente qui a Morimondo (dove “moriva il mondo” per i monaci cistercensi), suggeritomi dal titolo di un libro di Paolo Rumiz, che decido di partire alla scoperta di questi luoghi: un mondo di pioppi, di salici sulle sponde e nei cortili curati e fioriti, da qui fino al Ticino, a Pavia, al Po, un mondo di ciclabili o strade che costeggiano navigli, canali, prese d’acqua, mulini, cascine, abbazie, opifici a forza d’acqua, e ovunque sempre i mattoni grassi rossi. Terre d’acqua, acque di fiume e acque di canali. Acqua, come quella del Po che proprio Rumiz decide di seguire scendendo il grande fiume in barca, da dentro: sento lo stimolo a fare le mie scoperte di queste acque, da fuori.





Visualizzazione ingrandita della mappa

Decido di incontrare il Ticino, ed è una sorpresa: la strada scende da Bereguardo, chiusa in un bosco da zanzare casca ripetutamente su terrazzi fluviali via via più bassi, perdendo ogni volta svariati metri a più riprese tanto che mi accorgo di quanto sia incassato il Ticino rispetto alla pianura. Un piccolo rio morto di una delle tante lanche segno di meandri abbandonati, ecco infine “la spiaggia”: il Ticino è qui, solo in apparenza placido (vedo i mulinelli che ogni tanto risultano fatali ai nuotatori, infatti sull’altra sponda si celebra l’eroe che è morto per aver cercato di salvare dai mulinelli dei bagnati che non si erano resi conto del pericolo). Nessun ponte, ma una passerella su barche, parte galleggianti sul fiume, parte spiaggiate sulla ghiaia del fiume in magra. Un ponte di barche, quante imprese del passato mi ricorda? Il ponte sull’Ellesponto di Serse? Il ponte di Lucio Cecilio Metello sullo stretto di Messina? Il ponte di Annibale sul Rodano?

Ponte di barche sul Ticino di Bereguardo


Prendo le stradine, quelle lontane dalle statali, quelle che si infilano nei boschi o che servono appena ai trattori, quelle magari con l’asfalto consumato e le erbacce tra le crepe. Le stradine ti fanno scoprire il paesaggio piccolo, quello a misura d’uomo, e con un po’ di fortuna spesso ti svelano anche le piccole storie di questi uomini, che poi magari in alcuni casi si legano alla Storia più grande. E spesso le stradine nascondo piccoli gioielli. Come il mulino ad acqua appena fuori dal borgo di Zelata: una grande ruota ormai ferma sul canale di acqua ancora corrente tra erbacce e alghe di fiume, grandi attrezzi ancora di legno, tutt’intorno alberi e cespugli selvaggi che nascondono il canale; che abbandono… e pensare che ricordo di avere visto che nei paesi arabi la manutenzione di queste grandi ruote, le norie, è talmente importante che esistono uomini che lo fanno di mestiere spostandosi di villaggio in villaggio. E poi Zelata stessa, che in un lunedì mattina afoso estivo sembra la Spagna all’ora della siesta, quello stradone contornato da ricche cascine a corte interna percorso da rare biciclette, la chiesetta di mattoni rossi grassi e le statue in terracotta, e l’immancabile piacevole bed & breakfast sulle ormai popolari strade del gusto e della lentezza.
Altre stradine mi portano tra i campi a incrociare una presa d’acqua, appena sotto il borgo di Gropello Cairoli, a bordo della provinciale deserta. Nascosto tra i boschi, un edificio è costruito sopra la presa d’acqua; il luogo ameno comunica una grande quiete, ma l’erba è troppo alta e fitta per i miei calzoncini corti e non c’è modo di riesce a scendere al piano inferiore; ragnatele vecchie e piene di polvere che sembrano calzini appesi alle finestre quasi impediscono di guardare l’interno buio tra i vetri rotti.
Stradine tra i campi mi portano a Cascina Palazzo, agglomerato di cascine con architettura elegante e affiancate dai resti di un edificio (fabbrica, impianto di cava?) di cui rimane solo più una sottilissima parete alta 20 metri, pare sostenuta dagli alberi e tenuta ancora integra dalle edere. C’è una palina, passa un pullman da qui, provo a leggere gli orari: appena due corse al giorno.

Percorro le strade dei paesini che lambiscono la sponda nord del Po, seppur il grande fiume appaia distante: le strade si tengono sempre alla larga dai grandi fiumi, li vedi solo dai ponti. Paesini di pianura come Zinasco, Sommo, Cava Manara, che nascondono a sud la sorpresa di balconate e terrazzi panoramici sulle sponde del Po, rotonde sul mare di pioppi. Guardando una cartina non stradale ma da foto satellitare si spiega tutto: sono i grandi terrazzi fluviali modellati da antichi meandri del Po, ampie anse scavate nella pianura e abbandonate da secoli, ma ancora perfettamente riconoscibili dalla geometria dei campi e dei pioppeti. Ed è proprio sul filo di una cresta ritagliata tra due enormi antichi meandri che sorge la striscia di case del borgo di Sommo.

Pioppi dappertutto, ad abbellire i luoghi o fornire legname, presso le sponde dei fiumi e dei meandri abbandonati e lungo i navigli e canali. Nel mio primo viaggio in queste terre d’acque è primavera, le giornate lunghe e il clima caldo hanno già riportato in vita i pioppi, che ora caricano l’aria dei loro pappi: batuffoli ovunque, raccolti sulle strade come grandine, impigliati nelle foglie e nelle piante come rugiada gelata o intasando le ragnatele, ma soprattutto sospesi nell’aria, quasi immobili, come elementi sospesi in un umore vitreo quasi solido, gelatinoso.
La CeLesta corre in bilico sulla strada d’argine sinistro del Po presso Alluvioni Cambiò e perfora l’aria gelatinosa di pappi. Da un lato la pianura coltivata e protetta dalla furia delle alluvioni, dall’altro una distesa di campi sacrificabili alle alluvioni ma ancora lontana dal fiume.

Da quassù, su questo terrapieno, mi rendo conto che le strade d’argine e i ponti sono i luoghi più rilevati che si possano trovare in pianura, per questo è solo da tali luoghi che si riesce a vedere oltre un palmo dal naso, oltre le prime macchie di alberi e i campanili più vicini, per vedere cosa c’è oltre la pianura, cosa la circonda. C’è l’Appennino a sinistra, morbido eppure alto, i rilievi vicini dell’Oltrepò; i blandi rilievi del Monferrato davanti; a destra c’è la parete frastagliata delle Alpi. Provo a immaginare come dovesse essere in passato il paesaggio visto dalla pianura, quando era un ambiente spesso malsano acquitrinoso, boschi fitti, campi non estesi come oggi, era impossibile rendersi conto di cosa ci fosse intorno; allora, forse era solo dalle sponde dei fiumi che si riusciva a vedere oltre, lontano, guardando oltre la sponda opposta, o infondo al braccio di fiume. Così avevo notato quando, mentre con Andrea giocavamo a setacciare i sedimenti dell’Elvo in cerca di pagliuzze d’oro, in fondo al fiume avevo la chiara visuale delle montagne. Non mi sorprende quindi che i grandi esploratori continentali, Lewis e Clarke in nordamerica, la spedizione Langsdorff in Brasile, seguissero i fiumi: non era solo comodità di spostamento, ma anche possibilità di avere un orizzonte più vasto rispetto boschi sulle sponde.

I ponti, dunque. Li voglio percorrere tutti, quelli sul Po da Pavia a Valenza e anche quelli sul Ticino.
Splendidi i ponti della Becca e della Gerola: gallerie di travi d’acciaio, strada in pavé di porfido, una vista aperta sul fiume. Ponti vecchio stile con arcate ravvicinate e via stretta adatta solo a far incrociare due mezzi piccoli, e siccome l’accesso ai ponti è regolato da sagome limite sono esclusi tutti i mezzi più grossi di un furgone, probabilmente anche i SUV (curiosa l’evoluzione dei mezzi di trasporto privato, siamo passati dalle 500 ai SUV, macchine che oggi potrebbero contenere le vecchie 500 nel loro cofano – viene da chiedersi che magie facessero i meridionali che risalivano 1500 km di penisola con famiglie e bagagli al seguito nelle loro leggendarie migrazioni e in un’epoca senza autostrade). Grandi ponti monumentali, di un’epoca in cui unire due sponde non era un semplice scavalco, ma significava spesso unire due civiltà o per lo meno due aree geografiche, come il grande ponte sul Danubio, tra Giurgiu in Romania e Ruse in Bulgaria: anche lì la strada di accesso pare una rampa, perché per superare i grandi fiumi non si può arrivare all’improvviso, bisogna arrivarci pronti e preparati all’incontro, in rettilineo.

Ponte della Gerola
Il Po bruno
Ponte della Gerola, galleria d'acciaio
Ogni ponte monumentale ha intorno almeno un’osteria e un imbarco sul fiume, oltre a bagnanti spesso romeni, quelli che non hanno nessuna intenzione di fare gli schizzinosi e rinunciare all’acqua anche lontano dal mare. Al ponte della Becca poi arrivi sorvolando i due grandi fiumi del nordovest: il Po bruno e limaccioso e quieto e poi, dopo l’ultimo cuneo di sabbia, il Ticino verde e all’apparenza più brioso; e sulla sponda Ticinese è un fiorire di ristorantini, piscine, discobar, e anche un piccolo porto con darsena.
E’ ormai tardi quando percorro il ponte di Valenza, si avvicina l’ora di cena, vedo la ferrovia che borda la strada e che supera il fiume a braccetto della statale, e l’osteria sulla spalla della sponda sud. L’osteria oggi è chiusa, è lunedì; penso a Paolo Rumiz che arriva anche lui un lunedì, ma per lui che arriva dalle acque il padrone apre di buon grado la cucina, per me invece non c’è nessuno, riprendo la strada, supero le colonne monumentali in mattoni grassi rossi e mi porto ancora una volta oltre il grande fiume.


lunedì 9 maggio 2011

Bartali?


Il turista in casa oggi mi permette di godermi la città invasa per la combinazione di Giro d’Italia e adunata degli alpini. E io ci vado a vederlo, il Giro, ma non aspetto Bartali, il giorno non è appiccicoso di caucciù ma di gente pressata per la doppia occasione, tanto che la città oggi sembra immensa, forse perché con tutta la calca ci si muove lentamente e le distanze sembrano ingigantite come nelle classiche città turistiche.

Nella città paralizzata dal doppio evento con ressa nelle vie e vie sigillate per il giro io provo ad avvicinarmi col 4, per poi farmela a piedi vicino al centro, ma i mezzi nord-sud sono tranciati in due perchè in corso Vittorio passa il Giro, la città è come divisa da un muro di Berlino in cui chi sta a sud non può entrare in centro, chi sta in centro non riesce a uscirne. Ecco Porta Nuova, per un giorno la stazione è come la Porta di Brandeburgo, luogo d’incontro dei settori in cui oggi pare divisa Torino: in un senso la ferrovia che da sempre taglia in due la città a sud, nell’altro senso il corso Vittorio ermeticamente transennato e invalicabile. Passare nei settori divisi dalla ferrovia si può, basta sgomitare in stazione e tentare di passare tra est e ovest, impossibile invece è il passaggio nord sud per poter entrare in centro. Ci sarebbe la metropolitana, che scorre proprio sotto il corso, a permettere il passaggio tramite le stazioni che hanno scale di qua e di là. Ci sarebbe se non ci fossero i vigili a presidiare i varchi e anche a selezionare le decine di migliaia di persone che ci provano: un vero e proprio checkpoint; tra i presenti proviamo ad immaginare stratagemmi per oltrepassare il corso…

Ovunque è una parata di penne nere più o meno vere, ogni piazzola o aiuola è un campeggio per camper o tende (poter campeggiare tra i palazzi settecenteschi: beati loro!) con tavolate e cucine da campo, sia nei giardinetti del centro che, apprendo da alcuni alpini, lontano fino ai parchi lungo la Dora e la Stura. La sfilata è caratterizzata dal risaltare degli accenti mediamente nordestini (spiccano, forse perché al nord ovest sono meno comuni degli accenti meridionali) e soprattutto dal notare come gli alpini sentano irresistibile il bisogno di parlare urlando, cosa che si nota particolarmente con i gutturali suoni dei dialetti del nord. Per il resto sono sfilate di mezzi improbabili come api scoperchiate, carrettini con panche, trattori, macchinine modello, botti motorizzate, oppure cori improvvisati così come bande organizzate, vecchi amici che si ritrovano, nuovi che si conoscono, divertenti intrusi a cena. E con la festa degli alpini la città si riempie di almeno 400'000 uomini, e purtroppo bisogna dire che la differenza, in una città in cui di solito le pur belle donne escono ma non troppo, la differenza sembra quasi non notarsi.
Il Giro in questo marasma passa davvero, mistero come le ruote riescano a sopravvivere a quelle macchine affettatrici che sono i binari del tram tra l’asfalto disconnesso. Qui siamo lungo un corso e le squadre della crono ci passano davanti rapidissime, tutto quello che riesco a vedere dell’ultima squadra è nulla più che una macchia di colore di cui riesco appena a distinguere i caschi levigati e il nero degli occhiali da sole, tra torinesi che si incazzano e i giornali che svolazzano.

sabato 19 marzo 2011

150

Che fastidio questa pioggia fredda in un marzo più freddo del solito, le vallate liguri sono inondate di acqua che scorre sugli ulivi argentati e che sfonda i rami delle mimose coi fiori imbevuti come spugne e si riversa nei fondovalle a ridare dignità ai rigagnoli, che per breve tempo si esaltano e prendono un po’ tropo la mano sfogandosi nelle uniche giornate all’anno in cui contano qualcosa. Si torna a casa di corsa, combinazione è la serata della notte bianca a Torino e tutti si stanno riversando in città, così penso all’ingresso della tangenziale davanti alla stazione di Moncalieri, e invece e solo quella indecente rotonda in corso Unità d’Italia.

Torino piena: di pioggia, di gente, di aria di festa; per i 150 anni dell’Unità d’Italia succede quello che era successo durante le olimpiadi e anche di più: i torinesi riscoprono la loro città e i turisti si abituano ad aggiungere un’altra città che merita una visita e ormai anche un soggiorno intero. Non ricordo una simile folla per la città nel 2006, e sarebbe il solito discorso di chi ha perso un po’ di memoria o di chi vuol esaltare gli eventi, ma verament enel 2006 non vedevo la gente invadere tutte contemporaneamente le vie del centro di giorno e di notte, ormai la gente passeggia a piedi anche per le strade, e le macchine devono arrendersi a una tale e inaspettata folla anche nelle viuzze. Sarà merito delle vie pedonali recenti, merito della giornata finalmente senza la pioggia diluviante della sera prima, sarà merito forse della gente stessa che è uscita da casa a godersi la città o dei tanti turisti (stavolta italiani) che sono venuti a conoscere una città sempre ingiustamente sottovalutata.

Che spettacolo la “città grigia” (per i detrattori ignoranti) tinta di verdebiancorosso! Non c’è palazzo che non esponga almeno una bandiera, sono molto più numerose che per i mondiali di calcio, unico evento che sappia ripensare all’unità nazionale. E che spettacolo che da questa settimana per mesi e mesi la città sia finalmente tutta in vetrina: anche i cortili che spesso visito di nascosto prima di farmi beccare dai custodi sono finalmente visitabili, i piccoli palazzetti nascosti negli interni sono improvvisamente diventati dei capolavori per la città intera e non più solo per pochi come me, le Officine Grandi Riparazioni vengono riscoperte per il fascino di archeologia industriale che suscitavano in me già 7 anni fa quando erano ancora all’abbandono totale.

La città è vigorosa ed è riuscita a rinnovarsi, come ha detto pure Napolitano in discorso ufficiale, forse sorpreso pure lui. Ogni volta che vegono dei miei amici da fuori in visita a Torino questi rimangono sempre esaltati dalla città, lo facciano anche tanti di quei torinesi che se ne restano sempre chiusi in casa a lamentarsi. Ecco, in questi giorni di festa di tutti mi sento di portare un augurio ai torinesi: che la smettano di lamentarsi (lo so, quasi impossibile per dei piemontesi!) e che imparino una volta di più ad apprezzare la loro città che non sfigura di fronte a una marea di altre città inspiegabilmente sopravvalutate.

Di passaggio tra il soggiorno ligure e una nuova fase brasiliana, è sempre un immenso piacere stare a Torino.

mercoledì 9 marzo 2011

Avevo i templari dietro casa...

Tipicamente, uno riesce a non conoscere nulla della zona in cui abita, pur viaggiando e andando sempre in giro. Conosco la zona da 30 anni e stranamente iniziano ad essere troppi i luoghi che sto scoprendo solo ora, in parte perché trascurati, in parte perché scavalcati da altre visite, in parte per ignoranza. Seborga oggi ha racchiuso tutto questo: è dietro casa ma non ci vado da anni (l’ultima volta in bici credo 15 anni fa), per anni sono andato sempre nei soliti 3-4 posti, e solo la settimana scorsa ho scoperto che Seborga lega la sua storia ai cavalieri templari.

C’era una volta (…) un borgo adibito a sepolcro di sacerdoti dei Catari (Sepulcri Burgum: Seborga), poi divenuto principato del Sacro Romano Impero retto da un abate, un principato divenuto potente a sufficienza da potersi permettere una zecca di breve durata perché troppo fastidiosa per i sovrani dei regni a cui era legato il principato, poi acquistato da Vittorio Amedeo III di Savoia, solo che da lì in poi se ne è persa ogni traccia in tutti gli atti di passaggio tra un regno e l’altro, per cui a Seborga piace credere di essere un principato non appartenente all’Italia, semplicemente perché non si trova nessun atto ufficiale!

Questa la storia più o meno ufficiale, fatta più di omissioni che di atti. La sorpresa sono i cavalieri templari, affrescati sui muri di questo bellissimo minuscolo borgo circondato da mimose e ginestre famose nel mondo della floricoltura, e ricordati dai ciottolini della piazzetta disposti nella nota croce rossa su sfondo bianco.

In sostanza, qui nel 1117 San Bernardo di Chiaravalle raggiunge i confratelli inviati qui per proteggere un “grande segreto”, l’anno dopo il principe-abate Edouard consacra i primi cavalieri dell’ordine che quindi partono per Gerusalemme. Di ritorno per il concilio di Troyes si fermano di nuovo a Seborga nel 1127, dove San Bernardo di Chiaravalle nomina uno di loro, Hugues de Paynes, primo grande maestro della Povera Milizia di Cristo, giurando poi di mantenere il “grande segreto” ai piedi di un ulivo (del resto qui abbondano gli ulivi). Nel tempo, 15 gran maestri del tempo su 22 sono principi proprio di Seborga.

E’ una giornata fredda, sole a sprazzi, a Seborga passeggia poca gente, alcuni turisti attirati dalle leggende. Al borgo si accede piacevolmente per stradine disperse tra i terrazzi di ulivi, tra le mimose dai rami carichi per i fiori brillanti, vecchie case in pietra, immancabili agriturismi, orrende cisterne in cemento miseramente comuni in tutta la zona, strade tanto ripide da essere in cemento, e i prati che in Liguria appaiono solo oltre certe altitudini. Il piccolo borgo si gode in silenzio la sua posizione, del resto si viene qui solo ed esclusivamente per venire qui, essendo l’unica località della zona. Seborga si diverte della propria storia indistinguibile dalla leggenda, mostra una collezione di strumenti musicali, e accoglie frotte di "coloni" piemontesi.

lunedì 7 marzo 2011

La preistoria dietro casa

Il bel sole caldo di ieri viene scacciato via da un fortissimo vento che alza al mattino, soffia il levante, scuote violentemente ulivi argentati e mimose già brillanti da settimane; ne approfittano i velisti e i gabbiani a Capo Sant’Ampelio.

Coldirodi: mai stato, e non gli avrei mai dato un centesimo, e invece è una piccola piacevole sorpresa di bel borgo ligure ultrapanoramico, con la sorpresa di ...Picasso. Tra l’altro, ad oggi è il mio primo tentativo riuscito di arrampicarmi sulle scale a chiocciola fino all’organo in cantoria (Oratorio di Sant’Anna), se solo sapessi anche suonarlo…

Ci sono altri siti preistorici sulle montagne, con la mia guida e oggi in solitaria parto alla ricerca delle fortificazioni sul monte Bignone e monte Caggio, e dire che sono proprio dietro casa e non ci ero mai andato… Certo che gli antichi liguri già sapevano apprezzare questi luoghi, sia militarmente sia paesaggisticamente: ancora più di ieri, è sorprendente il panorama da questa cima altissima! A strapiombo sul mare sopra San Remo (e sopra il suo gemello San Romolo, non a caso), vista sconfinata sul taggiasco, il promontorio di Villefranche davanti a Nizza (se solo non facesse schifo il cielo si vedrebbe l’Esterel), e poi tutta la splendida e silenziosa vallata coi borghi mitici di Perinaldo, Apricale e Baiardo, fino ai crinali davanti a Triora, fino al Saccarello sopra Verdeggia, fino al Pietravecchia davanti alla valle Roya.

Fa freddo, tra la neve vecchia lascio la macchina a sbollire per la salita più ripida di un garage alla ricerca del castelliere: due sezioni di edifici o torri con mura spesse oltre un metro, coperte di muschi e licheni, a protezione dell’unico versante non roccioso. Va peggio al monte Caggio, dove è appena riconoscibile sotto la cima un perimetro a mezzaluna appena rilevato rispetto al suolo in pendenza, e dire che secoli addietro era riconoscibile una piazza fortificata! Sarà pura combinazione se al monte Bignone incrocio, mentre cerca funghi con moglie e cane, proprio la persona che, a quanto dice, 30 anni fa cercando funghi anche allora scoprì con un amico il tumulo ellittico qua sotto che ho visitato ieri?

Discesa. La sconosciuta galleria solitaria dei Termini di Baiardo tra i pini. Il cappuccino pomeridiano con ottimo croissant al bar di Perinaldo insieme al sindaco. La stretta e deserta strada tagliata nel versante selvaggio con perenne vista su Perinaldo. La caduta libera su strada ripidissima sopra Vallebona.

I paesi delle stelle

Con Agata giochiamo a fare gli archeologi: disperso nei boschi di Perinaldo c’è un sito preistorico praticamente sconosciuto, segnalato solo su una guida trovata a Dolceacqua la settimana scorsa, troppo appetitoso per non farne il primo obiettivo della mia caccia a nuovi luoghi sconosciuti. Percorrendo il sentiero al primo caldo del sole dopo settimane di brutto tempo, tra pini e misteriosi tronchi di castagni giganteschi così antichi anche il terreno un tempo era più alto e quini ora spuntano come pinnacoli, sento risorgere in me quella “deformazione professionale” che mi fa osservare e interpretare il paesaggio ad ogni albero e ad ogni roccione, e penso che fu una buona scelta quella di voler studiare geologia tanti anni fa. E con questa luce e queste stesse rocce mi sembra di tornare indietro ai tempi della tesi proprio sulle montagne che vedo appena oltre la vallata.

Dopo alcuni falsi avvistamenti di ruderi e di raggruppamenti di massi, non ci possiamo più sbagliare di fronte a un mucchio di massi: parzielmente sepolta da un letto di aghi di pino e trafitta da alberi e cespugli, ecco una sorprendente cerchia ellittica di massi ammucchiati a formare una sorta di recinto, con una cerchia interna che pare di intendere dei sedili. Secondo la guida è una sepoltura importante opera dell’antica civiltà di liguri intemelii che abitavano la regione prima che arrivassero i greci a fondare Massalia-Marsiglia e Nikea-Nizza, e risalirebbe all’età del bronzo locale (oltre 3200 anni fa), una civiltà che ha lasciato anche resti di fortificazioni (castellieri) sui monti dei dintorni. E pensare che prima di loro già 8000-9000 anni fa passavano di qua per la caccia popolazioni nomade in cerca di cervi e cinghiali che hanno lasciato punte di frecce.

Passeggiamo nel caldo pomeriggio tra questi resti, ascoltiamo il silenzio, annusiamo i profumi del bosco, e proviamo a immaginare scene di vita qui alcuni millenni fa: altri ragazzi a passeggiare per questi boschi o a caccia di selvaggina, senza dubbio pure loro distratti dal magnifico panorama.

Come ho fatto a non andare mai a Perinaldo in tutti questi anni? Abito qui appena dietro nella vallata di fianco, e non ci sono mai venuto; faccio giri ed escursioni nei dintorni circumnavigandolo, e non sono mai passato da questo che è il centro geometrico. Da Vallecrosia appare come una quinta di case su un crinale con uno sfondo che più scenografico non si potrebbe: le montagne innevate del monte Saccarello lontano, poi si arriva in cima tra le stradine di pietra silenziose tappezzate di annunci di case in vendita ed ecco la vista ineguagliabile: a sud, tutta la vallata di Vallecrosia fino al mare; a est il monte Bignone e il monte Caggio; a ovest i rilievi via via sfumati dalla luce del pomeriggio fino alla valle Roya; a nord, la vista sul sottostante Apricale, su Bajardo in cima al monte, sulle vette innevate dei monti Toraggio e Pietravecchia e più oltre dell’interno ligure. Apricale, Bajardo, ma anche il colle Langan con la strada per Triora, il paese delle streghe: tutti posti che ho visitato in escursioni o gite, tutti luoghi che mi sono sempre sembrati lontanissimi dopo ore di guida e dopo chilometri e chilometri, eccoli qua appena dietro. Il “paese delle stelle” ricorda il suo illustre astronomo nato qui Gian Domenico Cassini, divenuto astronomo di Parigi per il Re Sole, invitando a guardare all’insù in ogni piazzetta dopo il tramonto (stasera c’è una bellissima sottile falce di luna sdraiata come la vedevo ai caraibi). Una targa spiega la missione della sonda Cassini: da Perinaldo, borgo silenzioso sui sentieri più nascosti della storia, agli anelli di Saturno.


Sorprendente il silenzio di pietra di questi borghi liguri appesi alle rocce, appollaiati sulle montagne, con la vista sul mare e sulle montagne più belli del mondo. La storia qui non sarà un fluire costante e ininterrotto di eventi come in luoghi del calibro di Roma, ma non mancano piccoli eventi fin da tempi immemorabili. Anche Apricale era un castelliere svariati millenni fa, e non mancano le testimonianze dell’incontro tra le civiltà celtiche liguri e i greci di Massalia e i romani, come non mancano gli stemmi dei Doria in ogniuno di questi borghi medievali. Ma l’immagine che più commuove guardando questi luoghi sono gli infiniti terrazzi di ulivi a perdita d’occhio fino sulle cime delle montagne, terrazzi cancellati dei nuovi boschi, coperti dai rovi non più a bada, segni di una civiltà dell’ulivo attiva fino solo a 60 anni fa.

Il percorso: Bordighera, Perinaldo, Pian del Re


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