domenica 12 dicembre 2010

I marciapiedi di Rio

Una buca nei marciapiedi di Rio, una cosa rara: la superficie può essere ruvida e sconnessa, ma buche quasi mai; le scarpe, o meglio sarebbe dire le Havaianas (le ciabatte da spiaggia “ufficiali” del Brasile) possono inciampare in una pietra troppo sporgente o slittare su una eccessivamente levigata, ma scivolare in una buca mai. A Rio non si deve. E’ per questo che in Flamengo accasciato per terra c’è un addetto del comune di Rio che sta riparando una buca, una piccola buca dove alcuni dei blocchetti bianchi e neri che compongono la quasi totalità dei marciapiedi della Zona Sul e del Centro sono saltati e al loro posto hanno lasciato terra battuta. Con un massiccio blocco di legno lo vedo battere i blocchetti “restaurati” fino a quando, ben conficcati nella terra battuta mista a cemento, i blocchetti trapiantati non saranno riportati all’altezza degli altri.

Caratteristici quanto i sanpietrini di basalto a Roma, quando le lose a Torino, quanto i cubetti di porfido in tutte le piazze italiane: questi blocchetti bianchi di marmo e neri di basalto disegnano i motivi più svariati, il più famoso in assoluto essendo la passeggeiata di Copacabana fatta a onde.

Ho provato a fare qualche conto. Ogni blocchetto è grande 4-5 centimetri, assumo che con buona approssimazione ce ne stiano 500 per metro quadrato. Nel caso di Copacabana, presumendo che la passeggiata sia lunga 4 chilometri e larga 10 metri, si ottiene la cifra impensabile di ….. 20 milioni di pezzi….. Solo Copacabana ha 20 milioni di pietre bianche e nere! Estendendo il conto al quartiere, considerando che anche i marciapiedi sono fatti secondo svariati motivi e disegni, completo il conto: immaginando la lunghezza delle strade e quindi dei marciapiedi, approssimando in 50 chilometri in totale di marciapiedi larghi almeno 3 metri, dà la cifra astronomica di … 70-80 milioni di blocchetti… Che poi Copacabana è solo uno dei quartieri di Rio: moltiplicare per il numero di quartieri della Zona Sul e del Centro e con Ipanema, Leblon, Jardim Botanico, Humaità, Botafogo, Flamengo, Laranjeiras, Catete, Gloria, Centro, Lapa…. si raggiunge forse il miliardo……

Un miliardo, tutte stese a mano una per una.

sabato 11 dicembre 2010

Perrasco e mutande gialle

Anche in piattaforma si festeggia! E’ un compleanno che fa sì che oggi ci siano una grigliata e una bella torta al cioccolato, c’è anche una imbevibile simil-birra senza alcool per fare giusto finta di essere sulla terraferma. La grigliata è all’aperto, possiamo ben dire di mangiare sul mare oggi! Abbiamo i pesci sotto di noi, ma vedo che si predilige la carne, nel più classico dei churrasco. Il venezuelano si augura che questa volta sia migliore della settimana scorsa, tanto da averlo definito “perrasco” (perro = cane in spagnolo) con sommo disgusto.

Sono apparse le decorazioni di natale anche qui sulla piattaforma. Nella sala pranzo sono stati appesi festoni colorati ed è stato allestito un albero di natale al bancone, anche ai tavoli ci sono degli alberelli, della modica cifra di 1,79 reais.

Conversando con Angelica, che è colombiana, scopro che anche in sud America ci sono tradizioni sul cosa si debba indossare a natale e capodanno. Noi in Italia ci diciamo che a capodanno dobbiamo avere qualcosa di rosso: ebbene in Colombia invece si deve indossare biancheria intima gialla… mentre in Brasile ci si deve vestire di bianco. Ovunque mi troverò questo capodanno, mi accorgo che non avrò niente a tema da mettermi.

Babele acquatica

In questo cantiere brasiliano ma con molto personale internazione è curioso sentire le lingue che tutti usiamo per comunicare tra di noi, al lavoro e nello svago.

Io personalmente qui riesco a parlare tutte le lingue che conosco. Con Branco e Vladimir parliamo in italiano, loro sono istriani. I capocantiere sono francesi, quindi via col francese, anche con Armel appena arrivato che è gabonese di Libreville. Tyler, del Nebraska, ha un inglese americano ancora comprensibile, se invece fosse del sud come spesso accade col personale del petrolio (sono quasi sempre texani, o del Mississippi, o Louisiana) parecchia gente farebbe fatica a intendere una semplice frase. Con Angelica la colombiana e Eliceo ecuadoregno si parla spagnolo senza eccessivi intoppi. Con tutti gli altri si parla portoghese.

Tutti gli altri, al pari di me, si barcamenano tra le varie lingue, per esempio so che Eliceo, che è stato in Russia a studiare, parla in russo con il deviatore dell’Azerbaigian, ogni tanto lo sento dire uno “spasiba” o “russky”.

E’ interessante come non abbia grandi problemi a barcamenarmi tra tutte queste lingue (russo a partespesso cambiando in corsa o alternando quando sono al telefono come un traduttore simultaneo. Chiedere la profondità ai croati e riferirla a Eliceo, parlare di viaggi con Angelica e passare all’inglese appena si aggiunge Tyler, parlare di Guadeloupe coi francesi e commentare rum e cachaça coi brasiliani. Ormai anche portoghese e spagnolo viaggiano da soli e indipendenti nella mia testa senza più pestarsi i piedi come accadeva mesi fa, altrimenti non sarei capace di parlare e conversare nelle due lingue senza mescolare inevitabilmente parole e modi di dire. Direi quindi che il mio portoghese è diventato indipendente, e il mio spagnolo praticato solo un mese in Venezuela si sta rafforzando.

Chissà cosa succederebbe se mi mandassero in Medio Oriente?

martedì 7 dicembre 2010

Radio Guayaquìl

Stavolta è l’inno dell’Ecuador che risuona dalla radio via internet di Eliceo, che ha sostituito Mary l’argentina. Alla mezzanotte ecuadoregna, due ore dopo la mezzanotte argentina e tre ore dopo la mezzanotte brasiliana, ecco la fanfara andina per “iniziare nel migliore dei modi il nuovo giorno!” anche in Ecuador; Eliceo scatta in piedi per le prime battute, più per scherzo che per patriottismo.

Anche Radio Guayaquil (www.cre.com.ec) ha una programmazione tutta nazionale, seppure infestata da pubblicità (martellanti quelle del latte…), frequenti notiziari ed un programma sul calcio di una durata estenuante (si parla all'infinito della squadra locale, il Barcelona, e di calcio europeo e brasiliano). E’ comune sentire programmazioni di boleros di influsso coloniale con trombe struggenti accompagnate da pianoforti e chitarre alternarsi a serie di canzoni indigenas della sierra suonate su quelle tipiche chitarre a quattro corde caratteristiche di ogni paese andino (ne avevo sentite anche in Venezuela).

La sierra: le Ande! Le montagne mitiche delle civilità precolombiane, delle lingue native, della ricerca dell’Eldorado, delle nevi perenni all’equatore, delle cime inaccessibili. E dei vulcani. In questi giorni sta eruttando il vulcano Tungurahua, nella cordigliera centrale, un evento del tutto usuale da quelle parti. Al di là dei resoconti dell’evacuazione della zone e della gente che rimane sul posto per ammirare lo spettacolo del vulcano nella notte, alla radio si comunica lo stato di viabilità delle carreteras della provincia, oltre a monitorare il pericolo ceneri per la città di Guayaquil, con bollettini sulle condizioni della pista dell’aeroporto e delle vie principali. Elicio segue con una certa apprensione per la sua città, di cui si festeggiano proprio oggi i 476 anni dalla fondazione, la cosiddetta “città dei pirati”, fondata secondo la tradizione sul nome di Guayas e Quil, una coppia di indigeni oppostisi fino alla morte alla colonizzazione spagnola, oggi considerata “la perla del pacifico”.

Dicembre, sono comparse le canzoni di natale, tutte rigorosamente in spagnolo. Fa davvero effetto a queste latitudini calde sentire il natale che si avvicina, vedere la luce abbagliante del sole altissimo a mezzogiorno e i lustrini di natale, parlare di regali e girare in ciabatte, vedere alberelli di natale finti da usare come soprammobili e discuterne sulla sabbia in spiaggia in costume. Dopotutto io sono pur sempre un europeo abituato ad associare il natale al buio, al freddo e alla neve!

Darìo Javier non canta canzoni di natale, ma d’amore. Darìo Javier era un compagno di scuola di Elicio, lo guardo mentre ascolta alla radio il suo amico, mentre pensa a ricordi di scuola. Non solo canzoni nazionali e canti di natale, ma anche, a grande sorpresa, canzoni immediatamente riconoscibili alle prima battue ma sorprendentemente cantate in spagnolo: Non ho l’età, i Pooh, Il ballo del quaquà…

giovedì 2 dicembre 2010

Sao Sebastiao a mezzogiorno

Un mio desiderio era vedere quel gigantesco e brutto cono di cemento che è la cattedrale di Sao Sebastiao col sole estivo, quando a mezzogiorno è praticamente sulla testa. Oggi è una buona giornata, è mezzogiorno, le nuvole intorno all’Alto de Boavista e al Corcovado non coprono tutta la città, il sole può ben fare il suo lavoro con le quattro immense vetrate sulla facciata e la grande croce aperta sul tetto.


La cattedrale sarà anche brutta fuori e spoglia dentro, ma lo spettacolo di luce visto dall’interno ripagano alla grande chi avesse deciso di non lasciarsi scoraggiare dalle apparenze esterne. In una semplicissima ma efficacissima disposizione ecco esposta la religione cristiana: la croce sul tetto è volutamente un’abbagliante fonte di luce divina, da cui discendono sulla terra come giganteschi nastri colorati le immense vetrate istoriate. L’interno scarno della cattedrale pare così arredato della sola luce, sfruttando il sole impietoso di Rio de Janeiro in estate.

In questo gioco di luci guardo una statua posta ad un ingresso in pieno controluce, tanto abbagliante la luce dell’esterno che i contorni della statua si fanno sfumati e la forma si perde, al punto da sembrare di vedere Frank – Henry Fonda che si avvicina sfocato in “C’era un volta il West” oppure l’alieno di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” quando si apre l’astronave. Decisamente meno religioso, ma pazienza.